abbandonare la tenerezza per andare in guerra

Il nuovo lavoro che gli si prospettava non gli faceva paura né era fonte di preoccupazione. Gli era capitato spesso di cambiare incarico e non aveva mai faticato a imboccare la strada giusta, l’unica possibile. Sapeva che ci sarebbe riuscito anche fra i carristi.

Invece lì, in quella stanza, non sapeva come coniugare il pugno di ferro e l’inflessibilità alla tenerezza, all’amore che non conosce leggi né strade giuste.

Guardò la moglie. Era là, in piedi con la mano appoggiata sulla guancia come usano in campagna. Nella penombra il viso di lei pareva smagrito, giovane, come quando erano andati per la prima volta al mare dopo essersi sposati, all’albergo Ucraina a strapiombo sull’acqua.

Sotto la finestra udì il clackson discreto di una macchina. Erano venuti a prenderlo. Getmanov si voltò un’ultima volta verso i figli e allargò le braccia: non poteva contrastarlo, quel sentimento, e il suo gesto lo esprimeva.

In corridoio, dopo aver salutato e baciato la moglie, indossò il giaccone di pelliccia, il colbacco e rimase ad aspettare che l’autista portasse via le valige.

“Ci siamo” disse, si tolse di colpo il colbacco, andò verso la moglie e l’abbracciò di nuovo. E in quel nuovo, ultimo addio, quando dalla porta socchiusa l’aria fredda e umida della strada si mescolò al calore della casa, quando la pelliccia ruvida del montone di lui sfiorò la seta profumaa della vestaglia di lei, entrambi sentirono che le loro vite, una cosa sola fino a quel momento, si stavano dividendo, e l’angoscia era fuoco nei loro cuori.

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi, Milano, 2008, pag. 104.

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