Eloisa ad Abelardo: non scriverà d’amore

A colui che è suo secondo la specie, colei che è sua come persona singola.

Io non voglio che tu possa accusarmi di averti disubbidito in qualcosa, e perciò ho deciso di porre un freno, come tu volevi, al libero sfogo del mio dolore. Mi sono imposta di mantenere il silenzio, almeno quando ti scrivo, su tutti quegli argomenti che mi sarebbe difficile, anzi impossibile evitare parlando. Se c’è qualcosa che sfugge al nostro controllo, è proprio il cuore, e tu sai che al cuore non si comanda, ma si ubbidisce soltanto. Così quando si è sotto gli stimoli delle sue passioni, nessuno è in grado di rintuzzarne gli impulsi improvvisi o impedire che balzino fuori, traducendosi rapidamente in atti e diffondendosi ancora più in fretta per mezzo delle parole, che sono la più spontanea espressione dell’anima, giacché com’è scritto, “è la pienezza del cuore che fa parlare la bocca”. Frenerò dunque la mia mano e le impedirò di scrivere, se vedrò che si tratta di cose tali che, parlandone, non sarei in grado di controllare la mia lingua. E volesse il cielo che il mio cuore sofferente mi ubbidisse come mi ubbidisce la mia mano destra mentre scrivo!

Abelardo, Storia delle mie disgrazie. Lettere d’amore di Abelardo e Eloisa, Garzanti, Milano, 1983, pp. 150-160.

(Corsivo della prima frase nostro).

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