Camus: ingiustizia e parole

A prima vista, infatti, Jospeh Grand, non era nient’altro che il piccolo impiegato al municipio di cui aveva i modi. Lungo e magro, nuotava in mezzo a vestiti scelti sempre troppi ampi, nella illusione di poterli usare di più. Se ancora conservava la maggior parte dei denti nelle gengive inferiori, in cambio aveva perduto quelli della mascella superiore (…) E lo stpendio di Grand, nonostante alcuni aumenti generali era ancora irrisorio. Se n’era lagnato con Rieux, ma nessuno sembrava accorgersene. Proprio qui si sorprende l’originalità di Grand, o almeno uno dei suoi segni. Effettivamente egli avrebbe potuto far valere, se non i diritti di cui non era sicuro, almeno le assicurazioni che gli erano state date. Ma, in primo luogo, il capufficio che lo aveva assunto era morto da molto e l’impiegato, d’altronde, non ricordava i termini esatti della promessa che gli era stata fatta. Infine, e sopratutto, Jospeh Grand non trovava le parole.

Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pp. 25-36.

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