Camus: dire la parola assurda

“Naturalmente”, gli disse, “lei sa che cos’è, Rieux?”
“Aspetto il risultato delle analisi”.
“io, lo so. E non ho bisogno d’analisi. Ho fatto una parte della mia carriera, in Cina, e ho veduto alcuni casi a Parigi, una ventina d’anno or sono. Soltanto, non si è osato darle un nome, al momento. L’opinione pubblica è cosa sacra: niente terrore, sopratutto niente terrore. E poi, come diceva un collega: ‘E’ impossibile, tutti sanno che è scomparsa dall’Occidente’. Sì, tutti lo sapevano, all’infuori dei morti. Suvvia, Rieux, lei lo sa bene quanto me di che si stratta”.
Rieux rifletteva. Dalla finestra dell’ufficio guardava il dorso petroso della scogliera chiudersi sulla baia, in lontananza; il cielo, sebbene azzurro, aveva uno splendore opaco che si addolciva via via, col progredire del pomeriggio.
“Sì, Castel”, egli disse, “è appena credibile, ma pare proprio che sia la peste”.
Alzatosi, Castel si diresse alla porta.
“Lei sa cosa ci risponderanno”, disse il vecchio dottore, “‘E’ scomparsa da anni dai climi temperati'”.
“Cosa significa sparire?” rispose Rieux alzando le spalle.
“Sì. E ricordi: anche a Parigi, quasi vent’anni or sono”.
“Bene. Speriamo che oggi non sia più grave d’allora. Ma è davvero incredibile”.

Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1982, pp. 29-30.

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